La nascita dell’inquietudine

Francesca Rigotti

Grazie a Martin Heidegger è giunta a noi una favola del poeta latino di origine spagnola Gaio Giulio Igino in cui si parla di una divinità minore di nome Cura. Ma chi è questa Dea che crea e accompagna l’uomo nella sua vita? Si scopre che la dea Cura è la nostra…Inquietudine.

Ben conosciamo alcuni miti antropogonici (che narrano cioè la genesi dell’essere umano), come quello illustrato con le figure di Adamo ed Eva nel libro biblico Genesi, o con la nascita di Pandora, la prima donna, ne Le opere e i giorni di Esiodo e nell’Iliade di Omero. Meno noto è invece un mito proveniente dal mondo romano antico, dove la creazione divina è comunque presentata come attività manuale da parte di una divinità plasmatrice di terra affine al Dio ebraico, che manipola l’argilla dandole figura di uomo. In entrambi i casi abbiamo a che fare con un mitico Dio artigiano dalle mani ruvide e provate dal lavoro manuale, Dio plasmatore come quello del Timeo di Platone, che si comporta come il fig-ulus romano, il fabbricante di vasi di terra cotta, che fing-e, ovvero foggia, forma, effigia, oggetti, soggetti, concetti: anche nel caso che tra poco vedremo, la prima creatura è formata lavorando la creta con le mani, come nel mito biblico. Ma ben diverso è l’esito.

Il Dio artigiano della cosmogonia giudaico-cristiana, lavorando la creta, produce Adamo, l’uomo tratto dal fango. Egli ricordava la nostra provenienza dalla polvere a cui dobbiamo ritornare, era un memento mori che confermava la nostra caducità. Oltre a ciò ricordava il fatto che, essendo l’uomo stato creato dal fango, i suoi eredi dispongono sì del libero arbitrio rispetto alle cose naturali, ma in rapporto alla divinità tornano a essere – diceva Lutero – come argilla nelle sue mani. Adamo era l’uomo, e già col retore Quintiliano, nel I secolo e.V., l’etimologia sosteneva che il termine homo proveniva da humus, terra. Col grande etimologista ispanico Isidoro di Siviglia poi, questa spiegazione sarà ripetuta per secoli. L’uomo era nel contempo alito vitale e terra. Che tipo di terra o di polvere? Ce lo spiega lo storico romano Flavio Giuseppe, che era al corrente persino del materiale impiegato per formare Adamo. Egli faceva infatti derivare il nome Adamo da adom, in ebraico «essere rosso». Adamo sarebbe stato formato con argilla rossa: rosso era il colore della porpora regale, Adamo era stato dunque creato sacerdote e profeta.

Non è soltanto il Dio  della mitologia giudaico-cristiana a lavorare con la creta a guisa di abile vasaio, si diceva: pure il sovrano degli dei romani, Giove si dà da fare in questo senso, coadiuvato da una divinità minore dell’olimpo pagano, Cura, che tra poco conosceremo. La storia è narrata nella favola del poeta latino di origine spagnola Gaio Giulio Igino, favola che sarebbe stata probabilmente dimenticata se non fosse stata ripresa dal grande filosofo tedesco Martin Heidegger nel suo capolavoro Essere e tempo del 1927. «Cura cum fluvium transiret…», «una volta che Cura attraversava un fiume…» inizia la favola, ponendo immediatamente un problema di interpretazione: come tradurre il latino cura? Con l’italiano «cura»? Proviamo a riflettere su questo termine, oggi spesso spinto verso il significato dell’inglese care nel senso di attenzione e assistenza anche materiale agli altri. Benché pure il termine latino sia polisemico e indichi non soltanto  inquietudine ma anche sollecitudine, amministrazione, premura e devozione, la cura di cui qui si parla è inquietudine esistenziale (Sorge in tedesco), è apprensione e affanno. Protagonista della storia è allora la cura (personificata in Cura da intendersi come inquietudine).

Cura, nel momento in cui attraversava un fiume, si fermò pensosa a modellare qualcosa con la creta, chiedendosi che cosa stesse facendo («dum deliberat quid iam fecisset», che cosa diamine sto facendo?). Sopraggiunge Giove, il padre degli dèi. «Puoi infondere lo spirito nella mia creatura?» chiese Cura, e lo ottenne. «Posso anche dare il mio nome a questa creatura?», insisté Cura. «No», intervenne Giove, «è il mio nome che dobbiamo darle».  Mentre disputavano, si fece avanti anche Terra (Tellus): «Dobbiamo attribuire alla creatura il mio, di nome, dal momento che sono stata io a offrirle parte del suo corpo». Per redimere il conflitto i tre scelsero come giudice Saturno. Secondo il filosofo tedesco Heidegger si trattava di una scelta assai pertinente, giustificata dal fatto che Saturno (il Crono dei greci) era il dio del tempo, e la «cura» è il modo di essere che domina la vicenda temporale dell’uomo nel mondo. Saturno così decise: «Tu, Giove, che desti lo spirito, lo riceverai dopo la morte, tu Terra, che le desti il corpo, riprenderai il corpo. Ma poiché Cura la modellò per prima, possederà questa creatura finché vivrà. Giacché poi esiste una disputa sul nome, sarà chiamata uomo (homo) – si noti che solo a questo punto il mito antropogonico si rivela esplicitamente – perché fatto di humus».
La cura/inquietudine – dice insomma la storia – è la vera creatrice e accompagnatrice dell’uomo, e credo che questa affermazione, nell’ambito di una iniziativa dedicata all’inquietudine come il Circolo degli Inquieti con tutte le sue molteplici attività, non necessiti commenti.

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